PROTAGONISTA: Paolo Annoni

Francesco ed io arriviamo al Museo dei Cavatappi, che si trova nell’esatto centro di Barolo, ai piedi del castello. Per arrivarci bisogna prima divincolarsi tra le strette vie del paese, ma è sempre bello camminare qui perché si respira un’aria “antica”.

Ad accoglierci c’è Paolo Annoni, proprietario di questo piccolo gioiello che ospita più di 500 cavatappi provenienti da tutto il mondo, realizzati a partire dalla seconda metà del 1600.

La scelta di intervistare Paolo è stata dettata dal fatto che lui non è solo un collezionista, ma è un imprenditore pieno di passione che ha saputo vedere le opportunità che il territorio offre e costruire una realtà in grado di accogliere il visitatore a 360 gradi: ospitalità, ristorazione ed intrattenimento.

…Ma scopriamo un po’ di più su di lui, vi raccontiamo com’è andata.

Isabella: “Di te si dice che sei un farmacista di origini torinesi trasferitosi in Langa nel 1985 e che, dopo aver esercitato la tua professione sino al 2005, hai deciso di dedicarti alle tue passioni: cavatappi antichi, il Barolo e la cucina. Chi o cosa ti ha dato la spinta per fare questa scelta?”
Paolo: “Sì, io sono di Torino, ho studiato Farmacia e ho fatto il farmacista prima a Torino e poi in Langa, nel 1985 infatti mi sono trasferito a Carrù. Ho lavorato come farmacista fino al 2005 e dopodiché mi sono buttato nell’avventura dei Cavatappi.”

“Perché i Cavatappi?”
Paolo: “I Cavatappi nascono dalla mia passione per il vino e per la cucina. La passione è arrivata dal nonno che faceva lo chef nelle ambasciate italiane all’estero; ha lavorato in Austria, in Germania e in Cecoslovacchia. Poi ha tramandato la passione per la cucina e di conseguenza per il vino sia a mio padre che a me. Ho sempre avuto la passione per il vino e in particolare, essendo piemontese, per quelli di Langa. Quando ho iniziato a cercare una farmacia da comprare, ho subito cercato fra quelle di Langa… ed è stato il motivo che mi ha portato a Carrù!
In occasione del mio trasferimento, un amico, sapendo della mia passione per il vino, mi ha regalato un cavatappi antico. Un cavatappi del 1800, della manifattura Peril di Parigi, con manico in avorio, una cosa un po’ particolare…”

Al centro il primo cavatappi della collezione.

“E poi cosa è successo?”
“Questo oggetto mi ha stimolato a saperne di più e così pian pianino ho iniziato a leggere, ho cercato di scoprire un pochino della storia del Cavatappi e ho iniziato a fare il classico percorso del collezionismo. Il collezionismo del Cavatappi si definisce “piccolo antiquariato”, piccolo ovviamente per dimensioni e non per l’importanza degli oggetti trattati!
Ho iniziato a frequentare i mercatini dell’antiquariato e a comprarne alcuni esemplari. Ho fatto i vari passi che si fanno in questi casi: si comincia con i mercatini dell’antiquariato, conosci qualche antiquario specializzato nei cavatappi e gli altri collezionisti, quindi fai degli scambi e delle compravendite. Per i pezzi importanti c’è la casa d’aste Christie’s, che dedica una sessione d’aste una volta all’anno a Londra South-Kensingston, dove ci troviamo tutti noi “malati di cavatappi”.

E ci mostra un grande sorriso!

“E’ quello il principale evento dedicato agli appassionati?”
“Quello è il principale, anche se negli ultimi due anni non l’hanno più fatto perché venivano messi all’asta dei pezzi quantomeno dubbi, con delle parti ricostruite o rifatte ma non dichiarate. D’altra parte è nata un’asta fra collezionisti: un gruppo di collezionisti si sono messi insieme e hanno creato un sito web, sul quale tu devi registrarti e tutti gli altri sanno chi sei, perché ovviamente partecipano solo collezionisti di cavatappi e tra di noi ci conosciamo tutti, per cui tu non metterai mai un cavatappi falso […] i cavatappi possono avere un valore decisamente importante. Il valore di un cavatappi è dato dall’oggetto in sé, dal materiale in cui è fatto (oro, argento, etc.) ma anche per l’importanza storica, perché ci sono alcuni esemplari che sono unici al mondo, magari della seconda parte del 1600 e il 1700.”

“Che valore possono raggiungere?”
“Il cavatappi più caro, venduto in uno scambio ufficiale è stato da Christie’s nel ’99 ed è stato battuto a 59 mila sterline (c.ca € 75000). Un esemplare unico che è stato acquistato telefonicamente, quindi teoricamente non si sa chi sia …ma dovrebbe essere un collezionista mio carissimo amico. Un collezionista molto molto particolare, molto riservato. E’ un ingegnere ed è più interessato alla parte meccanica. Bisogna fare le distinzioni tra i collezionisti: ci sono moltissimi, come me, appassionati di vino oppure ci sono architetti, ingegneri, designer…che, come lui, sono interessati alla parte meccanica o al design. Lui ha una collezione stupenda, probabilmente la più bella del mondo, ma non la fa vedere.

Alcuni cavatappi presenti nella collezione.

I collezionisti sono tutti estremamente gelosi  della propria collezione, però una parte ha collezioni per il proprio piacere personale, un’altra parte ha anche il piacere di condividere con gli altri, di far conoscere la propria collezione e di esibirla.
Per me è bello, se sei appassionato di una cosa, di cui ti sei informato a lungo, condividere queste informazioni, farle conoscere ad altre persone che non devono diventare per forza appassionati come te, ma si incuriosiscono del mondo che ci sta dietro ad un oggetto che può essere considerato banale come il cavatappi, della sua storia. I turisti non vengono a Barolo per visitare il Museo dei Cavatappi, ma sono appassionati di vino e cucina e il Museo li incuriosisce e quando vengono qui, fanno domande, sono interessati.”

Francesco:” Quanto questa tua passione/ossessione ha condizionato la tua vita? E’ stato qualcosa che si è accostato in modo equilibrato alle tue altre passioni e attività come il ristorante, il vino, l’enoteca o costituisce ormai una parte fondamentale della tua persona, da cui non riesci più a fare a meno?”
Paolo: “Ti rispondo con una frase molto semplice: Il collezionismo è una malattia. Nel bene e e nel male.
Tanto per darti alcune misure: quando tu aspiri ad avere un cavatappi che sai che c’è, che esiste, che ce l’ha qualche collezionista, tu vedi solo più quello; diventa una sorta di “droga” e così vale per tutti i collezionisti….di francobolli, di quadri o di qualunque cosa. Ti faccio un esempio: Una volta ero interessato ad un cavatappi, di cui ne esistono solo due esemplari al mondo, un mio amico americano di Los Angeles ne aveva uno, a me piaceva e ci tenevo ad averlo. Tutte le volte che ci si incontrava lo martellavo chiedendogli di vendermelo! Poi ho saputo da un altro amico collezionista che lui era interessato ad un altro esemplare di cavatappi di cui ne esistono solo due identici …e io ne avevo uno! Per cui l’ultima volta che ci siamo visti, io mi sono preparato e sono arrivato “armato” del mio cavatappi. Appena l’ha visto gli sono brillati gli occhi perché era quello che desiderava e siamo riusciti a trovare un accordo e… io ho ottenuto quello che volevo! Il problema dei collezionisti è che quando hai il cavatappi che volevi, lo guardi, lo curi, te lo coccoli ma poi…pensi già ad un altro!”

Il cavatappi con manico in avorio che Paolo contrattò con il collezionista di Los Angeles.

Paolo ci mostra la sua conquista e continua: “Se sei un collezionista cerchi sempre quello che ti manca! Mi sono reso conto di alcuni meccanismi solo quando li ho vissuti. La prima volta che sono andato ad un’asta di Christie’s, sono arrivato lì e ho visto tantissimi amici e vedevi proprio i loro occhi brillare, come vedessero il proprio figlio!
In questo senso dico che il collezionismo è una malattia, però io la vivo come una cosa bella, come un senso di passione per questo mondo.
Le aste che si fanno adesso sono tutte online e quindi è già diverso perché una cosa è essere lì, aver visto l’oggetto che ti interessa prima e vivere l’asta in diretta, sei ancora più emozionato. Quando sei online l’asta è più fredda, chi compra per telefono fa un puro calcolo matematico, mentre se sei presente c’è molto più trasporto.”

Isabella: “Oltre al Museo dei Cavatappi, hai anche un ristorante, delle camere d’élite e una cantina. E’ stata una crescita step by step la tua…”
Paolo: “Nel 2005 ho venduto la mia parte di farmacia e la mia idea era di fare un anno sabbatico e stare un po’ tranquillo e dopodiché comprare una farmacia, quindi mentalmente avevo tracciato il mio percorso ma in realtà non sono riuscito a fare l’anno sabbatico perché essendo a casa molti amici colleghi farmacisti mi chiedevano di sostituirli. Fra gli altri ho sostituito anche Barbara, la farmacista di Barolo.
Durante questo periodo, in una pausa pranzo, ho visto questi locali vuoti, dove si trova ora l’attuale museo e allora mi si è accesa la lampadina! Faccio il Museo dei Cavatappi! Per di più a Barolo ha un significato. Nel mondo esistono pochi altri musei dei cavatappi: in Italia ce n’è solo un altro a Brescia purtroppo poco visitato. Quando l’ho aperto l’ho fatto per passione, certo a Barolo pensavo che ci fosse un ulteriore legame con il territorio, ma non l’ho fatto per un ritorno economico: ho pensato che quando avrei ripreso con la farmacia avrei messo dentro qualcuno che potesse gestirlo quando c’è più movimento, nel weekend o in certi momenti dell’anno; per me era un punto di arrivo come collezionista di cavatappi.
In realtà poi mi sono reso conto che c’è un movimento importante dal punto di vista del turismo a Barolo, che in 15 anni è cresciuto e continua a crescere…quindi ho pensato “vabbè proviamo a rimanere ancora un momento” ed è passato il primo anno, solo che nel primo anno ho avuto la possibilità di comprare anche una pezzettino piccolissimo di terreno in località Sarmassa: 1500 metri con 498 ceppi…o almeno erano partiti in 498 ceppi, ma adesso alcuni non ci sono più tutti ma li ripianteremo….
Io sono una persona che non riesce tanto a stare ferma e sono abbastanza intraprendente: ho visto che c’era la possibilità di fare anche delle altre cose e quindi pian pianino mi sono allargato dal punto di vista imprenditoriale, ho aggiunto l’enoteca nella prima parte del museo e poi il ristorante.”

Francesco: “E’ stata una crescita non sono imprenditoriale, ma anche personale la tua…”
Paolo: “Sì, è stata anche una crescita personale, perché, come ho accennato prima, sono tutte cose che mi hanno sempre appassionato la cucina, il vino, il territorio che ho sempre amato, quindi ovviamente lavorare in questi ambiti per me è un piacere. C’è anche il lato economico ma sicuramente è un lavoro che non faccio fatica a fare. E mi piace anche che le persone che lavorano con me abbiano un pochino questo approccio.”

Isabella: “Oggi rimane qualcosa del tuo primo lavoro, quello in farmacia?”
Paolo: “Assolutamente sì, intanto perché nella storia dei cavatappi c’è una buona parte che riguarda la Farmacia: ci sono i cavatappi in miniatura risalenti al 1700 e ai primi dell’Ottocento, che servivano per aprire i botticini di medicinali, lo stesso discorso valeva per i profumi. Nel Settecento le donne avevano dei mignon di cristallo che contenevano profumo e si aprivano con dei mini cavatappi d’oro e d’argento.
Proprio per questo, ho una collezione importante di cavatappi in miniatura, a differenza di altri collezionisti che sono più interessati ad altre tipologie.”

Intanto Paolo ci mostra alcuni dei rarissimi pezzi esposti dedicati ai medicinali e rimaniamo sorpresi da alcuni pezzi particolarmente ingegnosi!

Cavatappi in miniatura per uso farmaceutico.

“Sicuramente sono rimasto legato alla farmacia in questo senso e poi ho avuto la fortuna nella vita di fare sempre cose che mi piacciono e fare il farmacista mi piace perché amo stare a contatto con il pubblico, con le persone. Cosa che faccio, in altro modo, anche qui.”

Isabella: “Produci anche vino, il Barolo Sarmassa, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Ogni vino ci racconta qualcosa del suo “creatore”, questo che cosa ci racconta di te?”
Paolo: “Sono d’accordo con questa affermazione: il vino racconta sempre qualcosa del suo produttore.
Ad esempio se tu pensi a Ettore Germano e pensi ai suoi Baroli…ci vedi un po’ lui: sono Baroli belli grossi, belli spessi. Di solito c’è una corrispondenza.
Le uve della zona di Sarmassa producono vini che hanno eleganza e finezza e … molti mi dicono che io possiedo queste caratteristiche, non sono io a dirlo, ma mi ci ritrovo. Mi ritrovo di più in queste caratteristiche, che in un Barolo di Serralunga, forte e carico di tannini … ecco, mi sento molto più Sarmassa che Vigna Rionda, sicuramente poco Lazzarito!”
(E ci facciamo una bella risata!)

Francesco: “Sapendo della tua grande conoscenza sia di vino che in campo culinario, ti facciamo un gioco! Noi ti diciamo un piatto e tu ci abbini un vino.”
Paolo accetta subito la sfida!
Bunet – Vendemmia tardiva di un Riesling Alsaziano…magari un Rugel
Spaghetti aglio, olio e peperoncino – Profumo di Vulcano, vino rosso dell’Etna, realizzato da Federico Graziani con Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio ed Alicante
Uovo poachet con fonduta di Fontina d’Aosta e asparagi spadellati – Nebbiolo un po’ strutturato, magari di Serralunga o di Monforte
Guanciale di vitello stracotto al Barolo – Barolo di Giacomo Conterno Monfortino o Cascina Francia; Vigna Rionda di Massolino; Vigna Rionda di Roberto Rosso
Bagna Caoda – Barbera Francia di Giacomo Conterno o Conca Tre Pile di Poderi Aldo Conterno
Insalata di germogli, agrumi e olive taggiasche – Riesling tedesco oppure di Langa come Hérzu di Ettore Germano

Francesco: “Qual è il tuo vino preferito?”
Paolo: “Il Barolo in assoluto. Amo molto anche il Pinot Noir. Sono per il monovitigno perché è sempre verità. Per fare un vino buono in un’annata scarsa devi essere in gamba con il monovitigno. E’ vero che la tecnologia oggi aiuta molto, ma con gli assemblaggi si può giocare, con il monovitigno no. E poi si ha molta più continuità, varia in base all’annata.”

Isabella: “Il museo, l’enoteca, il ristorante, l’hotel…offri tutto quello che un turista può desiderare. C’è secondo te ancora spazio di crescita per il turismo nelle Langhe? Cosa possono fare le istituzioni e noi che ci viviamo per migliorare?”
Paolo: “Secondo me il turismo è una grande fortuna per il territorio. Sicuramente dobbiamo capire che tipologia di persone vengono in Langa e a chi dobbiamo rivolgerci: noi abbiamo l’opportunità in Langa di avere una tipologia di turisti, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista economico medio-alto, se non altissimo. Sono persone che sono abituate a comprare la bottiglia di Barolo a New York, ad Oslo, ad Hong Kong o a San Paolo del Brasile, ovviamente pagando molto di più, perché ci sono diversi passaggi e tasse d’importazione.
Quindi noi dobbiamo offrire due cose: serietà e qualità; sennò rischiamo di fare come altri territori italiani, come la Toscana, dove purtroppo il turismo sta perdendo qualità e sta diventando un “turismo da battaglia”.
Noi siamo un territorio molto più piccolo, ma il turista che viene qua non va Torino, non va a Venezia, non va a Roma: quando viene qua, viene qua … andrà a Venezia, a Roma, a Torino in un’altra occasione. Il turista tipico qua sta 4 giorni, una settimana, poi prende l’aereo e se ne torna a casa. Però è un “turismo di ritorno”, tornano continuamente, se non tutti gli anni, ogni 2/3 anni.
Quindi noi dobbiamo avere la capacità di offrire qualità, serietà e di offrire anche delle alternative: perché se uno torna devi offrire anche delle cose diverse da fare: scuole di cucina, escursioni con le biciclette elettriche nei sentieri in mezzo ai vigneti, visite in cantina etc… sono tutte esperienze nuove che bisogna offrire e cercando di offrire il massimo della qualità. E’ bello di per sé stesso offrire qualità e inoltre i nostri turisti sono persone che sono in grado di apprezzarlo. In più i prezzi fino ad ora, tranne qualche eccezione, in Langa sono ancora abbastanza corretti e non dobbiamo perdere la testa in questo senso.
Le persone vengono qua essenzialmente per il vino e quindi secondo me un gran lavoro lo devono fare i produttori con grande attenzione: ultimamente c’è la tendenza da parte di molti produttori di vendere il vino negli Stati Uniti o in Inghilterra e lasciarne poco sul territorio. Visto che il turismo è aumentato decisamente negli ultimi anni e alcune bottiglie più rare non si trovano più sul territorio, questo è un po’ un peccato: se io entro nei panni del turista appassionato di vino che parte da casa dall’altra parte del mondo, dove ha bevuto la bottiglia del tal produttore e quando viene qua non la trova in enoteca e al ristorante è finita…rimango un po’ deluso!
Quindi probabilmente ci vorrebbe un pochino più di attenzione da parte di alcuni produttori in questo senso: lasciare un po’ delle loro bottiglie sul territorio. Questo sarà un problema che diventerà sempre più grande nei prossimi anni perché la richiesta è aumentata, il ventaglio di possibilità di vendita anche e ci sono alcuni mercati molto importanti.
Roberto Conterno è un esempio in questo senso: lui vuole che il suo Monfortino, le sue Barbere ci siano sul territorio e ne lascia tanti. Altri a differenza preferiscono andare a “svendere” negli Stati Uniti (i prezzi negli ultimi anni di mercato sono un po’ cambiati…), ma bisogna avere rispetto per il territorio.
Le istituzioni in questo contesto sono quelle che dovrebbero dare le linee guida. Forse in questo campo qualcosa in più si potrebbe fare.”

Francesco: “I turisti hanno bisogno di una guida nella scelta del vino? Chi lavora in questo settore li deve accompagnare ad una scelta consapevole?”
Paolo: “Sì e no. Nel senso che le persone che arrivano qua sono già molto informati, conosco bene i vini, hanno già le idee abbastanza chiare, quindi in linea di massima non hanno bisogno di un consiglio. Peró è importante che alcuni produttori, soprattutto quelli più importanti e conosciuti, diano delle linee guida: Gaia, Ceretto, Ratti, Colla, Conterno etc… sono produttori che hanno fatto la storia del nostro territorio e secondo me se oggi la Langa è famosa e ricca bisogna dire grazie a loro.
Purtroppo vedo però figli e nipoti di grandi produttori che si trovano già da giovanissimi con il portafoglio pieno e la macchina grossa, sempre in giro per il mondo… che rischiano di perdere le proprie radici. Il mio consiglio è: Ricordiamoci sempre da dove veniamo.
Mi è piaciuta tantissimo l’intervista a Roberto Conterno, che stimo molto, durante la presentazione dei Barolo a New York, in cui lui faceva riferimento a suo padre e a suo nonno. Se oggi noi che viviamo in Langa abbiamo la possibilità di vivere in un certo modo, dobbiamo guardare quello che c’è stato alle nostre spalle. La malora che qualcuno ci ha raccontato è stata realtà.
Se qui non ci fossero state alcune aziende, come la Ferrero, che davano da mangiare a centinaia di famiglie, molti avrebbero abbandonato la campagna negli anni ’70. Dobbiamo ricordarci di tutto questo.
Possiamo essere guidati da questi personaggi importanti che giustamente ci ricordano da dove veniamo.
D’altronde tenere la testa bassa e guardare avanti è una caratteristica piemontese, ancor di più cuneese e ancor di più langhetta…però dobbiamo ricordarci di seguirla!”

Francesco ricorda un’episodio in cui ha incontrato Roberto Conterno e che gli ha ricordato che al cliente bisogna sempre offrire qualità e Paolo conferma: “Noi dobbiamo offrire il top, prima di tutto perché ci crediamo noi, secondo perché ne abbiamo le possibilità: abbiamo vini fra i migliori al mondo, un bellissimo paesaggio e ora anche il discorso dell’UNESCO. Già dall’anno scorso noi abbiamo iniziato a vedere un po’ di turismo “diverso”: sempre “di qualità”, quindi simili alle persone che siamo abituati a vedere per il turismo del vino, ma mentre gli altri arrivano qua conoscendo già etichette e zone di produzione, questi hanno già certo sentito parlare di tartufo e Barolo, ma non sono appassionati, per cui sono un terreno fertile nel quale noi possiamo seminare, noi tutti quanti del territorio: vino, cucina, turismo in generale… c’è una potenzialità enorme. “

Con quest’ultima domanda si conclude la nostra intervista.
Paolo è un uomo umile e attaccato alle proprie radici, in pieno stile piemontese, ma ha saputo interpretare le esigenze e il gusto di un pubblico sempre più internazionale che viene qui nelle Langhe per trovare il piacere del vino e della buona tavola.
Paolo è un sognatore che ha saputo trasformare la sua passione, i cavatappi, in qualcosa di estremamente bello e reale come un museo e poi ne ha costruiti altri di sogni che si sono trasformati in progetti di vita.
In questa breve intervista ci ha insegnato che i sogni non solo possono diventare realtà, ma possono apportare cultura e conoscenza, possono essere una ricchezza non solo per noi ma anche per chi ha voglia di apprendere, per chi è aperto al nuovo, per chi nella bellezza dei sogni ci crede.

Cin Cin a tutti noi e occhio a che cavatappi usate!

Alla prossima puntata con Wines and Secrets

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *